lunedì 16 luglio 2012
Se per caso
No grazie. E magari, ritirandosi lui, si potrebbe sperare, che so tra cinque dieci anni, in un rinnovamento anche della sinistra (ma forse questo è davvero chiedere troppo).
sabato 12 novembre 2011
Mario Monti
Quello che però mi fa pensare è l'attesa quasi messianica intorno al governo (possibile, non ancora probabile) del nostro. A parte le attese dei mercati, che fanno presto a disilludersi e a punire, è l'attesa e quasi l'esultanza dell'opinione pubblica che ancora una volta aspetta e spera di aver trovato il salvatore. Proprio, il paragone è obbligato, come era successo con Berlusconi. Incapaci di riformarsi da soli, timorosi che il rinnovamento comporti il guadagno per il prossimo e la fregatura per sé (in un meccanismo che gli Italiani conoscono bene) abbiamo sempre rimandato il cambiamento e abbiamo sperato nel singolo che ci facesse tutti miliardari come lo era lui, nel caso di Berlusconi, e che blocchi il sole con una mano impedendo che ci tornino le pezze al sedere nel caso di Mario Monti.
A sinistra questo meccanismo è ancor più esaltato, in primo luogo perché la sinistra vive nella propria ideologia di rivoluzioni e di salvatori, di grandi padri, e perché a far da corollario alla grande rivoluzione c'è sempre la questione del grande lavoro da fare. In Italia, dove la rivoluzione proletaria non è mai stata in questione, la sinistra ha sempre ribadito la necessità di riforme eccezionali, che rivoltassero la società come un calzino. Non si sono mai fatte riforme normali per un paese normale, perché abbiamo sempre pensato a riforme eccezionali che ci trasformassero di punto in bianco in un misto sconosciuto di italo-tedeschi-american-sovietici, chissà. Ecco perché le parole di Monti, realistiche e purtroppo drammatiche, sul grande lavoro da fare, quasi ci esaltano, ci spingono nelle braccia del gran rivoluzionario, che come tutti i rivoluzionari da Robespierre in poi non vuole salvare il pianeta come ha fatto Gesù cristo col proprio sangue, ma col nostro.
lunedì 28 febbraio 2011
Pensierini
domenica 24 maggio 2009
Oggi al Parlamento
“Sono troppi” lo si dice sia a destra sia a sinistra, soprattutto da parte di cittadini esasperati (sempre più esasperati e sempre meno fiduciosi del e nel processo democratico). Lo dicono ogni tanto anche alcuni parlamentari, soprattutto quando sono in vena di demagogia (praticamente sempre).
Alla fine (o forse sin dall'inizio) lo ha detto anche lui, il sig. B., il campione della demagogia, quello del “datemi il 51% dei voti e vi solleverò il mondo”.
Spero che ora, dato che l’ha detto lui, almeno a sinistra, finalmente si ragioni con maggiore calma. Non è che non veda e non abbia visto quanto costa questo maledetto Parlamento, quanto siano inefficienti i nostri sistemi democratici (mica solo il Parlamento), quanto sia grande il nostro debito pubblico (che non verrebbe certo saziato da una misera riduzione di parlamentari, sarebbe come togliere un caffè dal nostro bilancio familiare, non uno al giorno, uno).
Ma la rappresentanza è forza, non debolezza del sistema, le istanze dei cittadini dovrebbero arrivare in Parlamento per bocca di chi? Se non degli eletti?
La mia memoria è sempre più ballerina, ma in Sardegna mi pare che eleggiamo una 15ina di deputati in tutto. Vi sembrano troppi? Li dimezziamo?
Il punto è che bisogna dimezzare gli stipendi (questo per la parte demagogica) e ancorare l’elezione dei deputati non al partito, ma ai cittadini; naturalmente cambiando in parte il sistema istituzionale italiano e rinforzando il ruolo del Parlamento, non svilendolo come vorrebbe il sig. B.; solo così si potrà in parallelo dare ulteriori poteri all’Esecutivo: ai fini della efficienza tanto desiderata.
Ma per questo vale lo stesso argomento che espressi a proposito della Costituzione: non è intoccabile, ma dipende da chi la tocca.
venerdì 27 marzo 2009
Sottoscrivo
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200903articoli/42276girata.asp
Tra questi due: «L’illusione della sinistra era che Tangentopoli avesse cancellato l’elettorato moderato: si confondeva il crollo del Palazzo con la scomparsa di un elettorato consolidato che invece era pronto a votare chiunque tranne loro. L’abbaglio contaminò il sistema dei mass media: nessuno vedeva che c’era un’adesione forte e non plastificata. Nel 2001, ben 7 anni dopo la scesa in campo, ricordo un articolo-appello di Umberto Eco, il cui senso era questo: se una persona è perbene, vota a sinistra, se è egoista o fascista, vota a destra. Ma così non si andava lontano».
«La Ruota della fortuna di 15 anni fa e oggi il Grande Fratello non c’entrano niente: ci sono in tutto il mondo. Chiediamocelo: ci sono trasmissioni che hanno cambiato la percezione degli italiani, che hanno fatto decidere che era meglio Berlusconi di Veltroni? Certo, Berlusconi in tv è potentissimo, a Mediaset negli ultimi tempi si stanno chiudendo gli spazi di autonomia, con un’informazione ossequiente o marginalizzata. Ma il vero nemico della sinistra è stato un altro: abbracciare il libero mercato, la globalizzazione e non avere più risposte per l’Italia che cambiava».
sabato 17 gennaio 2009
RINNOVAMENTO
Ma siamo sicuri che il rinnovamento non fosse già in atto?
Ricordo il 2000, anno nel quale muovo i primi passi in politica. Poi ricordo anche il perchè.
Già da qualche tempo, un’illuminata classe politica, riferimento della sinistra riformista sarda, inizia a costruire ciò che è stato poi, per la politica isolana, un vero cambio di passo. In quegli anni, il nostro popolo aveva urgente bisogno di ricostruire la propria identità, rilanciare l’economia locale e riformare la nostra società. Qualcuno allora pensò che fosse giunta l’ora di progettare un nuovo percorso politico che finalmente archiviasse uno statico e conservatore modo di amministrare la cosa pubblica. Quando nessuno ancora poteva solo immaginare quello che oggi viene definito “modello Soru”, qualcuno lo studiava e progettava. In poco tempo, sempre lo stesso Qualcuno, costruisce le basi perché questo progetto possa essere presentato ai sardi, individuando con grande cura gli interpreti e radicando nel territorio i nuclei che avrebbero potuto diffondere e sostenere l’idea. Questo passaggio era fondamentale, perché senza radici nessun progetto politico serio può avere futuro.
Arriva il 2004, le condizioni sembrano favorevoli al progetto di cambiamento fin lì avviato, ma manca ancora un tassello. E’ tempo di elezioni regionali. Viene scelto il candidato alla Presidenza della Regione che guidi una coalizione di centro-sinistra, sardista, con chiari connotati riformisti ed autonomista. Qualcuno osserva ed individua in Renato Soru l’uomo giusto.
E’ la ciliegina sulla torta. Si vince.
Presentata al popolo sardo, l’idea piace e sfonda ogni barriera e diffidenza. Questo movimento riformista entusiasma, non ha bisogno di essere targato con sigle particolari perché si sente nell’aria. Ha la faccia di donne ed uomini che scendono in campo e partecipano alla vita politica regionale, lavorano per unire e trascinano intere masse (soprattutto giovani) verso un riscatto che da anni si attendeva. La dirigenza politica di questo progetto è composta da tante persone i cui nomi diventano ben presto noti, ma nessuno di essi scade in personalismi che avrebbero deviato l’attenzione verso un identità collettiva che stava maturando. I sardi comunque li riconoscono come guida e li seguono con fiducia ed ottimismo. Il progetto diventa realtà.
Ma bisogna andare avanti. La conduzione della Regione non basta.
Nelle province bisogna lanciare figure di rottura con il passato. Nel Sassarese, per esempio, vengono proposte coalizioni guidate da uomini e donne che possano esaltare e migliorare i risultati che già arrivano dopo il varo del nuovo progetto riformista sardo. Il solito Qualcuno pensa che sia l’ora di figure che, nel frattempo, sono state fatte crescere nei partiti politici che hanno avviato questa nuova età politica. Nel 2005 arriva quindi una nuova fase costellata da numerose vittorie politiche in ogni realtà locale. In quel momento, certi periodi del passato vengono ormai ricordati come il medioevo della politica sarda. Tutti erano utili, ma nessuno si proclamava indispensabile. Tutti però si proclamano socialisti con orgoglio.
Arriva il 2008 , su scala nazionale nasce il Partito Democratico e lo strumento della primarie ricuce definitivamente i rapporti fra società reale e politica. Manco a dirlo, i protagonisti della nuova recente fase polita sarda osservano la situazione in rapida evoluzione ed avviano una lunga e faticosa opera di fusione fra il modello riformista varato in Sardegna e il progetto del PD nazionale.
E’ un altro trionfo. Si può fare!.. ma qualcosa comincia a non funzionare come dovrebbe.
Qualcun Altro inizia a pronunciare il “Si può fare” in lingua straniera e sostituisce il pronome “NOI” con “IO” nei suoi interventi e la macchina presto si inceppa. Un miscela di autoritarismo e diffidenza si diffonde nell’area riformista. Dalla condivisione allargata si passa al centralismo.
Numeri alla mano, il progetto riformista non avanza più nei consensi, anzi arretra. C’è bisogno di una virata per riprendere quel vento che spira su altre rotte. C’è bisogno di organismi composti da dirigenti che pensino e trovino soluzioni. Ritornare al “NOI”. Ma questo tarda ad avvenire e non so perché.
Per ora, so solo che tanti sono stati ora esclusi dal progetto e per primi i promotori della recente epoca di rinnovamento. E questo, solo la storia ci rivelerà se sarà stato un bene od un male. Vedremo…
sabato 3 gennaio 2009
Ditelo a Walter
L'ho scoperto solo stamattina, non sono scioccato perché da lui mi aspetto ormai qualunque cosa tranne che fare un partito che vinca una qualunque elezione, al massimo potremmo vincere un concorso televisivo.
Però che orrore, ha scritto così nell'ultima "rubrica": Finisce un anno bisestile. Mi rendo conto che la relazione tra questo dato di fatto e un’analisi razionale del reale appare forzata. Eppure…
Eppure cosa, nostro redivivo Nostradamus? Vogliamo fare una riflessione politico-astrologica? E' questo il tuo metodo?
Il pezzo lo chiude con questo augurio: Buon anno. Lo sia per tutti. Lo sarà per ciascuno
Che vuol dire? Apriamo un concorso a premi per farne l'esegesi?
Povera Italia, povera Sinistra.
sabato 20 dicembre 2008
Italiani
Mi venne così da riflettere su come anche in Italia si fosse creato qualcosa di simile e di opposto, almeno due personaggi più che essere stati scelti come “guide” dagli Italiani avevano loro scelto l’Italia e soprattutto gli Italiani come realtà da amare, curare, guidare (senza nascondermi la parte meno romantica delle vicende). Uno era Cavour, che in fin dei conti era francese, l’altro De Gasperi, figlio dell’impero austriaco, italiano a metà che ci difese e rappresentò nei momenti più tragici della nostra non brillantissima storia nazionale.
Ma soprattutto mi viene in mente in questi giorni, che mentre ci facevamo rappresentare istituzionalmente da un uomo così pieno di dignità e di serietà, in un frangente in cui giustamente sentivamo di essere inaffidabili, poveri, un po’ pulciosi, insomma indossavamo l’abito dell’umiltà, noi sapevamo che colui che invece ci rappresentava meglio umanamente e socialmente era in realtà Alberto Sordi, la nostra vera faccia.
Oggi, che purtroppo non ci vergogniamo più di niente perché c’avemo er SUV, abbiamo deciso che Alberto Sordi può andar bene anche come premier e siccome l’originale è morto, abbiamo preso la copia di Arcore.
giovedì 11 dicembre 2008
Alla carica!!!!
Il tanto contestato "maestro unico" alle elementari previsto dalla riforma Gelmini sarà attivato su richiesta delle famiglie. È confermato nel verbale conclusivo dell'incontro svoltosi a Palazzo Chigi tra i sindacati della scuola e il governo. L'esecutivo si è impegnato a recepire i regolamenti che verranno presentati al Consiglio dei ministri la prossima settimana, accogliendo i pareri espressi dalle commissioni Cultura e Istruzione di Camera e Senato.
Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta starebbe studiando «nuove modalità» sui controlli fiscali per i giorni di malattia dei dipendenti pubblici e sarebbe «pronto a rivedere» lo svolgimento attuale in funzione delle critiche espresse da alcuni sindacati. Lo ha detto il segretario della Uil Scuola Massimo Di Menna, a conclusione dell’incontro a palazzo Chigi con il governo cui ha partecipato anche Brunetta.

Poi ho letto questa sua dichiarazione: "A diciassette anni volevo fare il ministro del tesoro. Nella vita è molto importante non essere un numero. Io volevo essere io: Daniela Santanchè e non Brambilla Mario Rossi… cioè, è noto che uno che fa il ministro del tesoro non è un cretino".
A parte il fatto che anche io volevo essere Mauro Sanna, ma siamo sicuri che il ministro del tesoro non sia un cretino?
La foto proviene dal sito che vedete inciso sulla stessa.
lunedì 1 dicembre 2008
Cose vecchie
Oggetto del preambolo ermetico
Il preambolo è ermetico perché chiarirne il senso mi avrebbe portato troppo lontano dal punto al quale volevo arrivare. Non solo, gli spunti che mi pareva contenere mi sembrano di tale portata e difficoltà da non sentirmi in grado di affrontarne il chiarimento (so che ciò è contraddittorio, e anche velatamente presuntuoso, ma…).
Il vero punto di partenza della mia personale riflessione, niente affatto originale, è: il 1989, la caduta del muro di Berlino. Non che gli analisti contemporanei non ne avessero colto l’importanza e anche io a modo mio, anche se in modo strettamente emozionale, ma questo non importa. Mettiamola così, il fatto è che IO ritengo o comprendo solo da poco che quello non è solo il momento nel quale si chiude il cosiddetto “secolo breve”, il Novecento, il nostro Novecento, il mio Novecento. È anche, e anche questo non è un concetto originale, la fine di un’epoca storica, non solo di un secolo, pur violento e “formidabile” oltre che frenetico e mostruosamente accelerato, tanto da durare meno di un secolo, appunto. Insomma, dal mio punto di vista, e a posteriori, non è possibile comprendere il presente e provare a intervenire in esso usando categorie politiche che precedano il 1989. So che forse sembra un’espressione forte, soprattutto da parte di qualcuno che ha “sposato” una causa politica dotata di una precisa tradizione pre-muro, ma lo ribadisco in modo più netto: secondo me la fine dell’Unione Sovietica rappresenta una cesura, una faglia di San Andrea che ha reso obsolete in pochi istanti le categorie politiche sulle quali si è basata la storia di questo pianeta almeno dal Manifesto di Marx ed Engels, facendo salvo, forse, e più in là forse riuscirò a spiegare perché, il concetto di destra e sinistra hegeliana.
E qui mi fermo, perché nuovamente il pensiero mi ha portato di fronte ad una montagna troppo alta da scalare, almeno stanti le attuali condizioni, e forse non varrebbe la pena scalarla, perché non è questo l’obiettivo che ho. Non solo, alcuni degli elementi che rendono vera la mia affermazione (vera per me), sono seguenti alla caduta del muro, ne sono conseguenza, ma appunto non ineluttabile e quindi tutta la mia verità ha senso in me e per me solo e soltanto in questo dei mondi possibili, in quello che si è verificato dopo la caduta del muro e non in altri possibili scenari sempre successivi ad essa caduta, che forse ne avrebbero reso meno significativo l’essere avvenuta.
L’obiettivo che ho
L’obiettivo che ho è quello di impegnarmi a dire qualcosa di sensato per il futuro della sinistra. E già questa è un’affermazione che in qualche modo si presenta come contraddittoria rispetto ad alcune delle cose appena scritte, per prima quella piccola riflessione su destra e sinistra hegeliana. Ma la risolvo così: le parole talvolta sopravvivono a se stesse. La democrazia ateniese non è certo la nostra, ma questo non ci impedisce di usare questa parola (non solo, ma di immaginare quella ateniese come ideale ancora oggi!!). E allora sinistra sia, almeno per me, e sia una sinistra nuova perché deve mostrarsi capace di costruire un reticolo di senso politico totalmente nuovo.
Questo non significa negare la validità di alcuni concetti che, almeno in questo contesto storico, mi paiono ancora fondamentali; significa però uscire nettamente dal sistema all’interno del quale questi concetti erano incastonati, uscire da un’impalcatura politica che, ammesso che abbia funzionato in passato, ora certamente non regge più e mi spingo a dire esplicitamente che la stessa parola socialismo (il fantasma che si aggirava in queste frasi), con la sua valenza di sistema appunto, non funziona più. Non credo che dicendo questo io neghi la validità dell’importanza di uno dei valori fondanti che il socialismo ha propugnato con forza durante la sua storia: quello della persona umana e della sua dignità, poiché non credo che questa dignità possa essere tutelata solo attraverso il socialismo; anzi, nel socialismo talvolta il fine della tutela di un concetto di dignità umana puramente filosofico (o più semplicemente collettivo) ha portato all’annullamento della dignità umana del singolo (non vuole essere un rimprovero alquanto inutile alla Storia, ma una constatazione senza la quale non c’è possibilità di crescita). Credo anche che il valore della dignità umana fosse preesistente al socialismo e sia, al di là del perseguimento della sua tutela e della ottenibilità stessa di questa tutela, un valore condiviso nel pensiero occidentale attuale e del quale non può e non deve appropriarsi una parte politica sola.
Quale sinistra allora? Non dimentico che l’accento che distingueva la sinistra hegeliana dalla destra era quello di chi affermava che «tutto ciò che è razionale è reale» e che perciò noi dobbiamo imporci di rivendicare la forza della progressività del nostro agire ispirato dalla razionalità del nostro pensare, un agire volto alla evoluzione ad bonum e non alla mera conservazione (che ha invece caratterizzato e caratterizza profondamente la sinistra presente); perché sennò diventiamo destra, della quale non dimentico l’importanza, sia in funzione della definizione dell’identità della sinistra, ma anche in funzione della condivisione del campo semantico e politico, che deve comprendere il valore della dignità umana e che sta nell’ammettere anche la accettabilità filosofica e quindi politica dell’altro culmine del pendolo hegeliano: «tutto ciò che è reale è razionale». Non possiamo cioè sottrarci alla dialettica politica, e non dobbiamo farci cogliere dalla inutile e vecchia tentazione della riduzione dell’avversario politico ad una via di mezzo tra un delinquente e una macchietta, al pensare che non abbia “dignità” di giocare sul nostro campo. Non possiamo ritenere che coloro che stanno “a destra” siano solo dei poverini (poiché ammettiamo che non possono tutti essere delinquenti), nella loro maggioranza ignoranti che si sono lasciati abbindolare da sirene e zucchero filato (dei compagni che sbagliano?). Non possiamo oltre ciò, ritornando al pendolo, non tenere in considerazione la razionalità della realtà così come è, pena il rischio di ridurci a utopia, se non a farneticazione. Mentre nostro compito è trovare soluzioni: usare razionalità per la realtà.
La realtà
Il dramma della politica per me sta tutto nel fatto che obbliga a ragionare anche in termini filosofici e io di filosofia non so niente. La parola realtà perciò mi spaventa, poiché se la affronto politicamente devo presumere di parlarne anche filosoficamente. Vado a memoria, e male: ricordo vagamente un mito greco, spurio forse, o meglio tardo: alcuni esseri approfittano del sonno di Dionisio per cospargerne il corpo e il volto di farina o calce. Al suo risveglio al guardarsi allo specchio Dionisio resta spaesato, non si riconosce istantaneamente, visto che è bianco. Gli esseri in questione approfittano del suo spaesamento per “farlo a pezzi” e divorarlo. Dionisio è la natura, alias la realtà, e non può essere “compreso” se non fatto a pezzi. Noi facciamo a pezzi la realtà, non la possediamo mai per intero.
Ora, noi possiamo provare a condividere dei pezzi di questa realtà considerandoli oggettivi (facendoci dunque beffe di tutta la riflessione da Cartesio a Kant, almeno), quanto poi all’interpretarli in modo univoco…non è neanche augurabile. I pezzi che vedo io, per come li vedo io, mi sembrano parlare di un mondo che non è impazzito, non più di quanto fosse pazzo nel bel mezzo della II guerra mondiale, o della conquista dell’America, o della tratta degli schiavi dapprima da parte degli Arabi (sì) e poi dei Cristiani, o anche di periodi più “pacifici”: nella Firenze di Lorenzo il Magnifico se la passava bene Lorenzo il Magnifico e pochi altri. Non percepisco l’Apocalisse alle porte, neanche in Italia. L’Occidente e i suoi valori non se la passano bene, forse, ma in essi mi riconosco e a me piacciono, mi piace questo concetto di dignità umana che non applichiamo, ma almeno abbiamo elaborato, mi piace che riflettiamo su noi stessi e sulle cose che facciamo. Non è molto, forse; non ci impedisce di fare guerre ed errori, vero, ma, per me, questa riflessione su noi è mostruosamente importante, questo continuo ripensare è il primo e inevitabile passo per la tutela della dignità umana.
Pezzi di realtà, anche astratta, dai quali anche volendo non possiamo prescindere, secondo me sono oggi condensabili in queste parole in ordine sparso, troppo piene e troppo vuote: democrazia, globalizzazione, laicizzazione (questo almeno secondo me, il perché è cosa lunga e non affrontabile qui), Europa, società della conoscenza, povertà, risorse, Italia, Sardegna, Nazione, Natzione, sinistra, destra, libertà, uguaglianza, socialismo, Nord-Sud-Est-Ovest, Occidente.
Da qui
Ve ne sono altri di pezzi, e forse me ne sfuggono di importanti, ma da qui sento di dover iniziare, sapendo che alle volte queste parole rappresenteranno l’oggetto, altre la prospettiva, altre il punto di vista. Da qui penso di poter provare a dare un contributo a questo progetto. Dalla mia sentita necessità di una critica della realtà per compiere una critica della sinistra, volta alla costruzione di risposte utili al di là dell’immediatezza. Non mi pongo fini educativi. Non pretendo di educare la società, non intendo applicare su nessuno la “violenza controllata” che sta alla base del principio di educazione, questo lo faccio già a scuola ed è già pesante così. Figurarsi poi una violenza tout court in nome di un qualunque ideale pur altissimo. Se forza ci deve essere sarà quella delle idee, altrimenti non sarà. E se non sarà vorrà dire che le idee non erano abbastanza buone.